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VALERIO MOSCHETTI |
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Nasce a Bordighera il 22
novembre 1955. Vive in località Due Strade
dove i genitori gestiscono il negozio di
alimentari. Frequenta le superiori
all'Istituto Ferrini di Albenga dove si
diploma in Elettronica nel 1974.
Poi parte per il servizio di leva in Marina
come Ufficiale di Complemento per
l'Accademia Navale di Livorno.
Successivamente in Puglia e definitivamente
in Sicilia sino al 1976.
Rientrato, si imbarca per un'estate su uno
yacht a vela a Montecarlo dove affina la
passione per il mare.
Poi, per amore e per lavoro, si trasferisce
a Torino dove prende impiego in attività
inerenti i suoi studi. Si trasferisce con la
compagna a Sori, vicino a Genova e
successivamente rientra a Torino, lavorando
per la IBM.
Quindi, definitivamente si sposta nel
settore delle Arti Grafiche come tecnico
installatore e riparatore, e questa resta in
sostanza la sua attività primaria.
Attualmente collabora con le testate
nazionali prestando servizio presso la GMDE,
azienda leader nell'assistenza tecnica dei
quotidiani.
Continua a navigare, questa volta per le
autostrade italiane.
La sua passione per il mare non si attenua
e, compatibilmente con le disponibilità
lavorative, intraprende una attività
subacquea a Port Frejus con colleghi/amici.
Si presta a trasferimenti di imbarcazioni a
vela con l'amico Remo e riprende la
frequentazione con la sua città di origine, Bordighera, con la quale ha sempre avuto
legami stretti.
Quasi casualmente si avvicina alla storia di
Bordighera, conosce Franco Zoccoli e la
signora Carmen Etienne, Pier Rossi di
Bordighera.net e si appassiona alle vicende
bordigotte, passate e presenti.
La sua passione per la fotografia, internet
e la natura lo stanno spingendo ora verso un
futuro rivolto alla divulgazione delle sue
impressioni sulle nostra città in modo
assolutamente personale. |
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IMMERSIONE |
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Non era la domenica
ideale per fare un'immersione: pioveva a
dirotto, era gennaio ed a Torino, benché non
facesse molto freddo, nulla ci dava a
pensare che fosse una buona idea andare al
mare per fare un'immersione.
Appuntamento sotto la casa di Gianni, a
Moncalieri. Ero il primo, il sole non era
ancora sorto ed avvolto nella mia giacca a
vento rimpiangevo il mio letto caldo.
Gianni uscì dalla casa così come un criceto
assonnato esce dalla tana quando viene
svegliato con uno scrollone: mugolava parole
senza senso, maledicendo la promessa fatta
il giorno prima di partire in tempo.
Aveva gli occhi semichiusi e speravo
vivamente che la pioggia ed il freddo lo
svegliassero, visto che toccava a lui
guidare. Pino invece arrivò baldanzoso come
sempre, sacchetti ovunque, cicca in bocca.
Partimmo subito, la meta era Capo Mele,
fondale di 40 metri, possibilità di relitto.
Molto intrigante.
Viaggiando, preparammo il piano
d'immersione. Pino mi aveva portato in
regalo un decompressimetro antidiluviano da
provare ed ero curioso di confrontarlo con
il computer di Gianni, ultimo ritrovato
della tecnica.
"Vedrete che al mare troveremo il sole"
disse Pino, "ancora un'ora e siamo giù". E
fu proprio così, alle nove in punto eravamo
ad Albenga, sotto un acquazone terribile,
rintanati in macchina. Solo la metà delle
sue previsioni si erano avverate. "Acqua
sopra ed acqua sotto" disse Pino, scendendo
rapidamente dall'auto. In un attimo si
spogliò ed indossò la tuta. Certo, sono
sincero, la voglia di seguirlo era pari a
zero. Ma poi a vederlo tranquillo, nella sua
tuta di neoprene da 5 millimetri, mi
convinsi a fare lo stesso.
Velocemente vestiti, filammo il gommone a
mare, puntando direttamente al largo, verso
un fondale di 35 metri, dove avremmo calato
l'ancora. Si, era vero, acqua sopra ed acqua
sotto, e noi che correvamo su quella
superfice tormentata dal temporale. |
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Eravamo veramente
all'umido. Sulle labbra si miscelava il
freddo sapore dolciastro della pioggia con
il più mite salmastro degli spruzzi d'acqua
di mare.
La muta ci proteggeva dal freddo, come il
grasso protegge le foche dal fraddo
glaciale, e come loro ci sentivamo a nostro
agio, in quell'ambiente.
Raggiungemmo in fretta la nostra meta,
gettammo rapidamente l'ancora.
Farsi sballottare dalle onde non era una
sensazione piacevole e ci mancava di patire
il mal di mare per completare il quadro.
Della costa si vedevano pochi contorni,
tutt'attorno solo acqua. Ci immergemmo con
rapidità, gli accordi erano di travarci
sull'ancora e poi decidere cosa fare. Ci
misi tre bei minuti a scendere, mi guardai
attorno per vedere i miei compagni. Non si
vedeva assolutamente nulla, neanche la punta
delle mie pinne. Solo sospensione torbida,
bolle dei respiratori; il fatto che io
tenessi gli occhi aperti o chiusi non
cambiava nulla! Il mare sembrava "spesso",
oleoso, migliaia di particelle mi passavano
davanti alla maschera, sospinte dalla
corrente e soltanto il contatto delle pinne
con il fondo mi dava la sensazione di un mio
spostamento.
Non persi la calma, cercai di leggere il
profondimetro e l'orologio, decidendo cosa
fare. La regola è; se non trovi un compagno
entro un minuto, risali in superfice. Cercai
a tastoni l'ancora, trovai una pinna, quella
di Pino. Al suo fianco Gianni, lo teneva per
un braccio. Con le maschere a 30 cm.
cercammo di comunicare. Io sarei tornato su,
devo essere sincero. Credo anche Gianni,
pensando di finire in qualche bar a divorare
panino e salame. Invece Pino ci fece capire
che era una bella esercitazione, valeva la
pena di portarla a termine.
Decidemmo quindi di provare alcuni esercizi,
classici da piscina, come svuotare la
maschera, supportare con il proprio
erogatore il compagno. Tutte cose che fatte
nelle calde e calme acque del centro sub
sembravano uno scherzo, ma qui erano molto
complesse.
Poi, dopo venti minuti, decidemmo di uscire,
tornare in superfice. Una volta riemersi lo
spettacolo che si offriva era sicuramente
inquietante. Pioggia scrosciante, mare
mosso, costa invisibile. Era veramente
un'esperienza indimenticabile.
Risalimmo malvolentieri sul gommone, per
qualche minuto ci eravamo sentiti creature
del mare, veri trichechi direi.
Tornammo rapidamente a riva, il pensiero di
qualcosa di caldo e saporito era nella mente
di tutti. Ad accoglierci, sulla passeggiata,
quattro pensionati con l'ombrello. Nei loro
occhi lo stupore di tanta follia ed un pò
d'invidia. "Vedrete i reumatismi, tra
qualche anno" azzardò uno di loro.
Fini tutto in un bicchiere di buon vino
rosso e quattro panini al bar, ridendo e
scherzando.
Il mare, come sempre, ci aveva stupito, era
stato all'altezza delle più fantasiose
aspettative. |
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