|
Ivan Aleksandrovic
Goncarov nacque il 6 (18) giugno 1812 a
Simbirsk da una ricca famiglia di mercanti.
Educato all'istruzione da un prete molto
severo ma colto fu iniziato allo studio di
scrittori e poeti russi di notevole rilievo.
Studiò a Mosca dal 1831 al 1834 presso la
facoltà di filologia.
Terminati gli studi e ritornato a Simbirsk
fu per due anni impiegato presso il
governatore, poi impiegato a San Pietroburgo
presso il Ministero delle Finanze.
Nei primi anni pietroburghesi Ivan entrò in
contatto con la famiglia del pittore N.A.
Majkov, a quel tempo già accademico, diede
lezioni di storia letteraria ai due figli di
lui.
Dall'ottobre 1852 all'agosto 1854 Goncarov
partecipò alla spedizione dell'ammiraglio
Putjatin, che lo portò in Inghilterra,
nell'Africa Meridionale, in Cina, in
Giappone. Rientrato a Pietroburgo nel 1856,
divenne censore e subito dopo collaboratore
del giornale "La posta del Nord"
(1862-1863), infine membro del Consiglio per
gli affari di stampa, dove sedette dal 1863
a tutto il 1867.
Intanto aveva continuato l'attività d
scrittore pubblico nel 1855 scrivendo il
romanzo Oblomov. E' proprio di quest'ultimo
grande capolavoro appena menzionato che
vogliamo parlare. A 120 anni dalla sua
pubblicazione Oblomov continua ad
affascinare i lettori che vi si accostano.
Un libro che apparentemente non racconta
nulla e che invece è considerato uno dei
capolavori più insinuanti della letteratura
russa dell'Ottocento.
Il protagonista di questo libro e la sua
conseguente filosofia, l' "oblomovismo",
torturano e seducono il lettore attento, in
modo innocente e fatale, semplice e
disarmante.
Apparentemente Oblomov è un pigro,
disinteressato nei confronti della vita, del
mondo, di qualsiasi cosa e attività; non è
egoista ma dolce, innocuo, fragile;
fantastica e si culla in sogni che saprà di
non realizzare perchè disilluso e privo di
forze fisiche.
Il suo abbigliamento caratterizza un nobile
trascurato, un tempo (imprecisato) molto
raffinato, ma adesso decadente; vagabonda
per la casa con le pantofole e una vestaglia
sdrucita vivendo la sua vita come un
continuo dormiveglia in cui è impossibile
svegliarsi. Non è triste nè si vergogna
della sua natura anzi si comprende e ne ha
pietà.
Coloro che lo attorniano si preoccupano, si
disperano, si crucciano. Vorrebbero
salvarlo. Ma a che pro?
Il nostro eroe non si lamenta, non odia la
vita, non è un violento e non se la prende
con gli altri o con le cose: è mite e
semplicemente si astiene. Tale "astensione
dalla vita", ben rappresentata dalla sua
estraneità alle passioni violente e carnali,
vicissitudini amorose, rovine familiari,
alle ricchezze, costituiscono una condizione
immanente e consapevolmente accettata come
naturale.
Molti critici hanno parlato di Oblomov come
il personaggio che incarna la coscienza
dell'imperfezione umana.
In questo romanzo tutti i personaggi intorno
a lui hanno un forte desiderio di vivere e
si comportano come se vivere fosse qualcosa
che trova giustificazione in se stessa
mentre il nostro protagonista è conscio
dell'assenza di una risposta a una domanda
fondamentale: che senso ha vivere una vita
imperfetta? |