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La scorsa estate mi
telefonò Remo, amico di vecchia data, abile
ed indiscusso skipper, le cui esperienze di
mare lo hanno portato oltre le Colonne di
Ercole, ad affrontare l'oceano, più volte.
Mi telefona dicendomi "Vale, lunedì ci
sarebbe da trasferire una barca a vela, da
Sanremo a Reggio Calabria. Se ti fa piacere
è un bel giro, ci serve un marinaio".
Fantastico, penso io. Poi penso che lunedi è
tra tre giorni ed il viaggio, bene o male,
dura otto giorni.
"Remo, faccio il possibile e ti dò una
risposta stasera".
Telefono al lavoro, una settimana di ferie
non è uno scherzo. Però quell'avventura mi
interessa davvero, e faccio di tutto per
esserci.
Lunedì prendo il treno alla volta di
PortoSole, Remo mi aspetta in banchina e mi
accoglie con una bella stretta di mano.
Imbarco immediatamente, e Remo mi presenta
al terzo dell'equipaggio, il più importante,
il proprietario.
Bruno, un signore non più giovane ma dal
sorriso gioviale che mi invita a salire a
bordo con innata ospitalità. Molliamo gli
ormeggi in fretta, è tutto pronto.
Bruno al timone, io a prora a controllare la
manovra e Remo intento a sistemare le vele.
Di vento, però, neanche a parlarne. Calma
piatta totale. Quindi diamo un pò di motore
e lui, borbottando, spinge la barca ad una
buona andatura.
In un attimo viene ora di pranzo. Bruno
propone di organizzarci per uno spuntino,
"Ho preso della focaccia e del prosciutto"
dice. Lo guardo sorridendo, "Bruno, se
permetti ho visto delle melanzane, dei
capperi, qualche acciuga, preparo una bella
pasta, che dite?". Remo e Bruno si guardano
e poi si voltano verSo di me. Sulla barca è
importantissimo avere buoni marinai, ma
avere anche chi propone manicaretti in
navigazione è un lusso che non sempre ci si
può permettere. Per mio conto ero cosciente
del fatto che da quel momento sarei
diventato il cuoco ufficiale della
compagnia. In effetti il piatto era
eccellente ed il buon Freisa che avevo
portato ha sistemato eventuali smagliature
del servizio.
Sorseggiando il resto di quella bottiglia il
pomeriggio è volato, e, tra mille racconti
si è parlato di pesca e pescati.
Bruno a quel punto suggerisce di buttare a
mare una lenza, con esca finta, per tentare
una traina in mare aperto.
E' una pesca che non comporta impegno, anche
se non è sempre fruttifera.
Quindi filiamo la lenza, 100/150 metri con
un bel rapala speranzoso in punta. Poi, in
breve, l'attenzione si sposta sui discorsi
appena abbandonati. Intanto il sole inizia
la sua discesa verso l'orizzonte, arrossendo
le poche nuvole. E, mentre incantati
ammiriamo quello splendore su un mare calmo
come l'olio, la lenza va in tensione, e la
frizione del mulinello sibila come un
serpente. Bruno scatta per primo, blocca il
mulinello e tira su la canna, per garantire
l'abboccamento del pesce. Poi inizia il
recupero e, quando la tensione del filo
diventa troppa, libera qualche metro di
lenza. Inizia quella danza mortale tra
pescatore e pescato, che lascia al pesce la
dignità di combattere per la sua vita, anche
se quasi sempre senza speranza.
Ma la preda si capisce subito che è
importante. Bruno mi passa la canna,
dicendomi "Dobbiamo farlo stancare, sennò
strappa". Allora inizia per me un'esperienza
veramente nuova. A pescare ero stato altre
volte, e qualche traina da gommone l'avevo
fatta. Questa volta però si trattava di
qualcosa di davvero importante. Non
strattonava, ma quando opponeva resistenza,
la canna si fletteva quasi prossima al punto
di rottura, e dovevo dare filo, tanto filo,
per poi ricominciare a recuperare. E si andò
avanti cosi per un'ora, un'ora e mezza. Ero
sfinito e mi chiedevo quale fosse la vera
forza del pesce; lui era la vittima, era lui
che combatteva per la vita e la sua energia
sembrava non finire mai. Ma metro dopo
metro, in questo tira e molla fatto di
recuperi e laschi, la distanza tra noi e lui
si riduceva.
La barca viaggiava al minimo lasciando una
inesistente scia in quel mare simile ad una
tavola ed ormai quasi completamente scuro.
Ad un tratto l'acqua si increspò, a dieci,
quindici metri dalla poppa, ed in un attimo
il pesce, un tonno, passò dal suo elemento
naturale all'aria, nell'estremo tentativo di
strappare quel maledetto filo che lo teneva
imprigionato.
La luce rossa dell'ultimo sole infiammò la
sua livrea argentata ed il suo occhio grande
come un piattino di caffé mi guardò, o
almeno così mi è sembrato, con rassegnato
odio.
Giuro, fui percorso da un brivido, quasi una
paura. Stavo sfidando la vita, una creatura
meravigliosa stava per morire, rinunciando
per sempre alla sua infinita libertà, per un
mio capriccio. Mi ero eletto a giudice,
padrone dell'esistenza di questo stupendo
abitante delle profondità.
Lo so, quanti pescano, migliaia di reti ogni
giorno devastano i fondali, arpioni
assassini catturano balene e chissà
cos'altro. Ma li c'ero io, e per la prima
volta uccidevo un animale così grosso.
Passai la canna a Bruno, e presi il salabro,
quel grande retino utilizzato per tirar
fuori i pesci dall'acqua. Sembrava
addirittura piccolo, in confronto al tonno
che credo fosse ben oltre i cinque chili. A
fatica lo tirammo a bordo, non si muoveva
quasi più, era sfinito. Lo presi in braccio
per liberarlo dalla rete. Provavo una
sensazione di profondo rispetto, come quella
che provano spesso i vincitori nei confronti
dei vinti.
Bruno, esperto chirurgo, si presentò con una
siringa. "Cosa fai?" chiesi stupito. "E'
inutile farlo soffrire". "Gli inietto alcool
nelle branchie, cosi muore sull'istante, fa
pena anche a me".
A quel punto capii la venerazione che
avevano gli antichi cacciatori per le prede,
come mai considerano molte prede divinità. E
che soprattutto quella vita doveva essere
utilizzata l'unica ragione che giustifichi
l'uccisione di un'altra specie.
Portai il pesce sotto coperta, in cucina, e
con un coltello affilato come un rasoio
iniziai a pulirlo e sezionarlo,
trasformandolo in filetti di tonno
freschissimo e prelibato.
La sera la tavola presentava un antipasto di
tonno crudo marinato con limone e pepe,
spaghetti del pescatore e spezzatino di
tonno, ovviamente, con pomodoro e capperi.
Il vino, per l'occasione, era un vermentino
portato da Remo. Delizioso.
Poi, il giorno seguente, Remo trasformò il
resto del pesce in tanti splendidi vasi di
tonno sott'olio, per i giorni a venire. |