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Questa estate sono stato
a trovare Pino al mare. Con la sua famiglia
trascorreva le vacanze nell'entroterra
ligure. Era mia intenzione passare solo per
un saluto e poi proseguire verso la mia
destinazione estive.
Ma la sua innata disponibilità e quella dei
suoi cari mi convinse a restare con loro più
del previsto. ""Dai", disse Pino, "fermati
almeno sino a domani. Ti porto su un relitto
molto bello, magari prendiamo del pesce e ce
lo facciamo alla griglia".
Come tutti sanno, è vietato pescare quando
ci si immerge con le bombole. Multe salate e
ritiro dell'attrezzatura sono ciò che
aspetta il pescatore di frodo.
Ma Pino è subacqueo da sempre, probabilmente
quando è nato sua madre era al mare,
nell'acqua. Un pò come accade ai contadini
che hanno in casa il fucile del nonno e da
sempre la domenica mattina fanno il giro nel
bosco, anche lui, alla mia contestazione "Ma
non si può!" rispose con un sorriso "Non si
dovrebbe". Capisco che dire a Pino "non
pescare" è un pò come vietare ad un
giardiniere di raccogliere i fiori nel
giardino di casa. "Eppoi" dice "mica andiamo
a fare una strage, prendiamo ciò che ci
serve per il pranzo: in fondo se lo
comprassimo al mercato non cambia nulla!".
Mi lascio convincere, sarò solo il suo
complice, io il fucile non lo porto, anche
se questo non diminuisce le mie colpe.
La mattina dopo partiamo presto. Il mare è
liscio come l'olio ed il gommone fende
elegantemente l'acqua. I gabbiani si alzano
svogliatamente in volo al nostro passaggio
per posarsi pochi metri più in là.
Dopo mezz'ora ci troviamo sul punto
dell'immersione, buttiamo l'ancora e
spegniamo il motore. Cominciamo a vestirci:
la muta, i piombi, gli erogatori.. Guardo
Pino mentre svolge questi preliminari e vedo
che la sua espressione si trasforma; è un
rituale consumato, fatto chissà quante altre
volte.
Ma Pino, come Superman, cambia fattezze e
personalità: diventa un pesce, anzi un
mammifero acquatico come i delfini o le
orche. La sua nuova pelle, la muta, gli si
osa addosso con naturalezza, le pinne
diventano una prolunga dei suoi piedi, le
bombole un fastidioso accessorio che butta
svogliatamente sulle spalle.
Certo che il Padreterno quando lo ha fatto
nascere poteva fare uno strappo alla regola
e dotarlo di branchie, come i pesci, per
risparmiargli questo fastidio. In un attimo
è vestito ed io, che avevo iniziato prima di
lui, mi accorgo di essere ancora a metà. Una
volta in acqua verifico l'assetto come
sempre e guardo Pino, i suoi occhi mi
dicono: "Ci sbrighiamo?". E' vero, penso,
scusa se sono un uomo che abitualmente vive
fuori dell'acqua! Sgonfiamo il GAV, il
giubbotto che ci tiene a galla, e in un
attimo siamo a 30 metri sul fondo. Occhio e
croce possiamo stare sotto 25 minuti senza
poi dover fare la decompressione. Seguo Pino
tra le lamiere del relitto che mi prometto
di rivisitare con calma un'altra volta. Da
non so dove compare il fucile subacqueo,
carico. Il delfino ha iniziato la caccia.
Lo vedo entrare nei buchi, girarsi
sottosopra, sparire tra le lamiere. Forse
quella è un pò casa sua. Penso, neanche si
ricorda che ci sono. Invece si gira e mi
chiede con la mano: "Ok?". Rispondo di sì,
si gira e ricomincia. Certo, pescare si può
pescare tutti, ma solo qualcuno è pescatore.
Ad un certo punto si ferma di fronte ad una
paratia del relitto. Indietreggia un pò, si
irrigidisce e rimane così immobile. Non vedo
più uscire le bolle dal suo boccaglio, è in
apnea. Mi accosto lentamente, ho inteso, la
preda ed il cacciatore si sono incontrati.
Come se di fronte a lui ci fosse uno
specchio, nella sua stessa posizione, rigido
ed attento mi compare il suo antagonista.
Con il corpo immerso nelle lamiere, la bocca
semiaperta, vedo la testa del grongo, la
testa di grongo più grossa che abbia mai
visto. Se quelle fauci avessero deciso di
addentare Pino, non avrebbe avuto problemi a
coprirgli la faccia. La testa di pino e
quella del grongo erano uguali. Per qualche
istante, a me sono sembrati ore, si
osservano, si studiano. Il grongo è un
predatore, simile ad una enorme anguilla,
non è certo uno che si tira facilmente
indietro.
Stimo ad occhio e croce che sia lungo due
metri! Spero, e giuro che l'ho sperato, che
Pino lo lasci stare. Per paura, non per
compassione. Ma Pino espira, lentamente,
svuotando i polmoni eppoi aspira una lunga
boccata; per lui è venuto il momento di
colpire. Allunga il braccio, prende la mira.
Preme il grilletto lentamente. L'asta
dell'arpione si stacca dal fucile
silenziosamente, a me sembra al
rallentatore, ma il tonfo che avverto quando
affonda nel palato del bestione mi dà l'idea
della potenza. Per un istante, forse due,
non accade nulla; i due rimangono nella
posizione iniziale, a fronteggiarsi.
Ma quel filo di nailon che unisce Pino al
grongo stabilisce la differenza. Ad un
estremo c'è il fucile, dall'altro l'arpione.
In un attimo accade il finimondo; Pino
comincia a recuperare la sagola, il grongo
si dibatte nella tana d'acciaio. I tonfi
della coda che urtano la lamiera fanno
veramente paura. Si solleva una sospensione
terribile e sul posto cala un polverone che
solo una tempesta può creare. Nella nebbia
vedo la sagoma di Pino che si dimena e con
lui compare lentamente il corpo del pesce,
enorme.
I gronghi si dibattono alle volte anche in
pentola, dopo un'ora che sono fuori
dall'acqua e con la testa mozzata. L'energia
che abita il loro corpo sembra infinita.
Guardo il manometro; ho solo più 50
atmosfere d'aria ma, la cosa peggiore, è che
sono passati 35 minuti. Secondo le tabelle
dovremmo fare 12 minuti di decompressione.
Non ci penso, non voglio entrare in affanno
inutilmente. Nel polverone, quasi fossero
due mostri marini, la lotta continua. Poi,
per incanto, la nebbia comincia a diradarsi
e Pino, lentamente riesce a sfilarlo dalla
tana. Per nostra fortuna l'arpione aveva
perforato il cervello all'altezza della
dorsale. Finalmente si risale. Ricordo a
Pino i tempi e l'aria che ci rimane. Se non
fosse che siamo a bagno direi che è sudato
fradicio. L'adrenalina gli scorre ancora nel
sangue, lentamente ritorna uomo. Una volta a
bordo recuperiamo il bestione ed anche solo
questa operazione è un'avventura.
La sera in molte case del borgo si sente lo
sfrigolio della grassa carne che cuoce sulla
griglia. Grazie Pino, abbiamo fatto una cosa
che non và fatta, ci insulteranno tutti,
però grazie che mi hai portato. |