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L'Aiga Nafra, una goccia d'acqua di Fior d'Arancio

L'Aiga Nafra, una goccia d'acqua di Fior d'Arancio

Nel 1800 moltissime piantagioni di aranci amari erano presenti sulla riviera, in quell'immenso giardino d’agrumi, olivi, palme e fiori ormai cementificato.
A Bordighera come a Sanremo e altrove si raccoglievano i fiori d’arancio e si distillavano, commerciandone l’acqua e l’olio essenziale.
I rametti fioriti venivano venduti per i matrimoni, e possiamo immaginare che anni fa Sant'Ampelio profumava di fiori d’arancio.
La primavera infatti oltre ad essere la stagione dei matrimoni è anche il periodo della fioritura del prezioso fiore d’arancio.
Questo era un’opportunità di lavoro stagionale e di incontro.
Rinfrescati dalle frasche di maggio prima e dall’acqua di fior d’arancio poi, il periodo della raccolta è ricordato piacevolmente da coloro che vi partecipavano.
Giungevano molte persone dall’entroterra e dai paesi vicini il che contribuiva alla conoscenza di persone nuove, nuove relazioni (e caiche giru de varssu).
In zona i più famosi commercianti d’acqua erano 3. Il signor Vacca a Latte, i “Bernardui“ a Vallebona e Postiglione a Borghetto San Nicolò.
Quest’ultimo era un milanese che a Borghetto aveva aperto una distilleria.
Le susseguenti direzioni commerciali erano Milano e la Provenza e più precisamente verso la “Ville” profumiera di Grasse, ispiratrice del nostro famoso poeta – profumiere Silvio Andracco da Seborga.
I prodotti del commercio derivanti dall’albero di arancio amaro erano: i fiori, l’acqua, i rametti fioriti, le scorze, l’olio essenziale, denominato Neroli.
Per ottenere un chilo del prezioso olio sono necessari circa mille chili di fiori d’arancio. Per questo l’olio di Neroli è così prezioso e ricercato dalle più grandi case di profumi.
Qui in Liguria, come in Provenza l’acqua di fior d’arancio viene estratta tramite la distillazione dei fiori di arancio amaro, altrove come in Sicilia per esempio, il procedimento è molto diverso.
Le tracce ancora evidenti del passato glorioso della coltivazione ottocentesca (e oltre) dell’arancio amaro restano nelle dolci ricette locali.
L’aiga de sitrùn (come ancora oggi viene chiamata) a l’è in sci Bescouteli de Burdighea, in scié Castagnole de Ventemiglia e in sciè Bouxiìe de Valebona...e ciù in sa e ciù in là.
Nell’antica farmacia del sapere contadino, per mal di pancia, spossatezze e altro, era uso prendere un cucchiaio d’acqua di fior d’arancio.
Chi portò in auge nel 1600 l’acqua fu una nobile di origine francese Anna Maria di Nerola, un paesino  laziale divenuto famoso per i suoi guanti profumati con l’acqua di fior d’arancio.
Chiamata allora “Acqua Nanfa“, in francese “Eau Naffe“, detta anche “Acqua Lanfa“, l’origine del nome deriva dall'arabo "Nafaa" e significa: vapore, esalazione, odore piacevole, soffio imbalsamato.
Attualmente a Vallebona è chiamata “Aiga de Sitrun" e Ventimiglia mantiene l’antico nome con cui originariamente veniva denominata (in tutta la riviera) “Aiga Nafra".
Con i rami e i frutti verdi dell’albero veniva distillato il “Petit Grain", piccoli frutti, con aroma più aspro.

Stefano Albertieri
14 ottobre 2015

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