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RACCONTO SU BORDIGHERA: IL SUPERSTITE DI BORDIGHERA

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IL SUPERSTITE DI BORDIGHERA

 

Sono morti a uno a uno, uccisi da quel terribile virus che è il turismo di massa. Letale per i Grand hotel, per i Palais che erano l'orgoglio di Bordighera, orgoglio della Riviera Ligure. Lui no, lui è sopravvissuto, l'hotel Parigi. Ha superato indenne due guerre mondiali, la fine di quell'aristocrazia europea, tedesca, inglese, russa ma anche italiana che era stata tra la fine dell'Ottocento e gli Anni Quaranta l'anima e la vita della Cote d'Azur e dell'italica Riviera. Ce l'ha fatta forse proprio perché non era un grand hotel, ma un piccolo albergo elegante. E perché, nel 1903, quando nacque, fu il primo a essere costruito sulla spiaggia, a due passi dal mare e non nell'interno, lungo la via Romana come il Continental, il Royal, il Londra e il Miramare, il Belvedere Lombardi, progettato da Charles Garnier, l'architetto dell'Opera di Parigi, e il Cap, proclamato nel 1934 dal Touring Club come il migliore albergo di mare italiano. Oggi sono tutti distrutti, trasformati in residence, o in ospizi per anziani, nemmeno di lusso. Rimane, sempre sulla via Romana, quello che era il più bello, l'hotel Angst: nei primi anni del secolo la carte del suo lussuosissimo ristorante era solo in russo e nelle sue stanze riposava la crema dell'aristocrazia europea. Usato come rifugio per i profughi durante la seconda guerra mondiale, saccheggiato e semidistrutto, non è più rinato e rimane di lì in mezzo al parco, come un fantasma, vuoto, diroccato. L'hotel Parigi no, l'hotel Parigi è vivo. Se ne sta sul lungomare, che si chiama Argentina perché lo inaugurò il lontano 13 luglio 1947, lei, l'encantadora Evita Duarte Peròn. Ha resistito, è cambiato, è cresciuto: dai due piani originari è arrivato a cinque senza stravolgere l'eleganza originaria, la bella facciata con le ringhiere in ferro battuto e le greche affrescate che, racconta l'attuale proprietario, Pietro Sattanino «il vento d'inverno consuma come carta vetrata». Sattanino è un torinese, come la famiglia Morando che fondò l'hotel e da cui l'ha rilevato nel 1967. E a Torino Sattanino è un nome noto, per essere stato proprietario di ristoranti come il Tastevin e il Nuovo Regio di piazza Castello. «È stata una scelta di vita quella di venire a vivere qui sul mare, di lasciare Torino«. Del suo passato di campione mondiale dei sommelier resta traccia nella cantina dell'hotel, davvero interessante e nell'ottimo ristorante (si può mangiare anche nel bel roof garden all'ultimo piano davvero sotto le stelle). L'hotel Parigi oggi ha 55 stanze, due suite, la spiaggia privata e ha aperto un centro benessere, sempre all'ultimo piano, che dispone anche di una piccola piscina di acqua di mare per la thalasso terapia. «Puntiamo molto sui trattamenti estetici e rilassanti». La clientela è per il settanta per cento italiana, lombarda, emiliana e piemontese, torinese anche se, spiega Sattanino «i torinesi, qui a Bordighera hanno soprattutto le seconde case». Coppie di anziani d'inverno, clienti dei vicini casinò, tra Sanremo e la vicina Costa Azzurra ce ne è uno ogni trenta chilometri, gente di mezza età e d'estate, qualche famiglia con bambini. I giovani, ma anche i trentenni o i quarantenni sono pochissimi. Come accade d'altronde per tutta Bordighera che oggi è una sorta di museo del turismo del Novecento, una cartolina seppiata anni Trenta in cui qualche mattacchione abbia inserito tra le bellissime ville liberty e i negozi d'antan, qualche colorata jeanseria e due negozi di computer. Una storia del turismo, si diceva: la Bordighera fine Ottocento, la Bordighera degli inglesi, che la colonizzarono al punto che qui oggi c'è ancora una chiesa anglicana (trasformata in centro culturale) qui fu fondato, nel 1878 il primo club tennistico italiano, qui c'è un cimitero inglese, qui passò la regina Vittoria, qui svernò la giovane regina Elisabetta. Una Bordighera che finisce quando, con il fascismo, l'Inghilterra diventa la "perfida Albione". C'è la Bordighera dei grandi botanici tedeschi e svizzeri che vi scoprirono un paradiso climatico, regno delle piante rare, con i giardini Hanbury, della Mortola a Ventimiglia (e le serre sulle colline retrostanti da cui arrivano ancora molte delle piante da salotto italiane) a ricordarla. C'è quella di Monet, che la riprodusse in molti quadri, e quella di Fogazzaro e De Amicis che ne furono frequentatori assidui. C'è infine la Bordighera della grande stagione aristocratica, quella che ospitò per anni la regina Margherita di Savoia, dopo l'assassinio del marito Umberto Primo, del nipote, il principe di Piemonte Umberto, di molti esponenti della corte e di casa Savoia. Dei nobili prussiani, francesi, russi, come il granduca Cirillo governatore della Siberia, ma anche come il principe Pietr Alekseevic Kropotkin, anarchico rivoluzionario che vi trascorse in esilio cinque anni. Di tutto questo c'è traccia nel libro d'oro dell'hotel Parigi che si apre proprio con la firma d'Umberto, il futuro Re di maggio, affiancata da quelli di conti e baroni di ogni angolo d'Europa. E a cui seguono curiosamente, negli anni Quaranta e Cinquanta, le firme di un'altra aristocrazia, più proletaria e faticosa, quella del pedale. Perché per anni il Parigi fu la sede dei ritiri invernali dei grandi ciclisti, venuti a preparare la stagione sulla Riviera. E così sotto la firma di Wiltrud, duchessa di Urach, contessa di Wurtemberg, nata principessa di Baviera, c'è quella di Fausto Coppi che qui veniva anche a riposarsi con la Dama Bianca. E di fianco quella di Gino Bartali, di Fiorenzo Magni, di Luison Bobet, di Loretto Petrucci e del cit Nino Defilippis. Addirittura quella del radiocronista, e poi telecronista, Adone Carapezzi. E di John Hansen, grande calciatore juventino. Dopo il nulla, dopo si è persa l'abitudine di firmare i libri d'oro dei grand hotel. E di andare a Bordighera, nonostante il clima eccezionale, nonostante questa sia, tra le cittadine della riviera di Ponente, la meno deturpata dagli scempi edilizi Anni Sessanta. Nonostante abbia un entroterra bellissimo, quello dei passeur, quello dei racconti di Biamonti e Orengo, nonostante sia a due passi dalla Francia, nonostante vanti due ristoranti con la stella Michelin. «Oggi la concorrenza è spietata, la Sardegna la Corsica, la Spagna , la Grecia, ma ci sono anche i Caraibi e le Seychelles. Noi riusciamo a vivere bene, ma chi deve tenere i prezzi bassi, non riesce a rinnovare le strutture e rischia di uscire da mercato» spiega Sattanino. E poi ai soliti problemi italiani, il costo del personale, il fisco, le mille norme da rispettare qui si aggiungono quelli locali: «Abbiamo solo una discoteca spiega Sattanino, il glorioso Kursaal, e nessun posto dove fare concerti dal vivo. E poi c'è la questione dei trasporti: l'Aurelia è quella che è, l'autostrada non basta, la ferrovia, che è ancora il mezzo più veloce, per lunghi tratti è a un binario solo». La salvezza potrebbe arrivare dal mare. «Sì, perché non facciamo una linea di aliscafi che in pochi minuti potrebbero portare la gente da Ventimiglia a Imperia, decongestionando le strade?» propone Sattanino. Si risponde da solo: «Non credo però che nel nostro porto potrebbero attraccare Bisognerebbe costruirne uno nuovo».

MARCO TRABUCCO

La Repubblica - luglio 2000