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Il Santo Graal a Bordighera

Il Santo Graal a Bordighera

Le Storie del Graal hanno diverse origini. Nelle tradizioni celtiche il Graal era un calderone con poteri magici.
Secondo la tradizione cristiana il Graal è la coppa che raccolse il sangue di Gesù sul Golgota. Dalla Palestina il Santo Graal venne portato da Giuseppe D'Arimatea nel sud della Francia e poi giunse in Inghilterra.
Per altri studiosi il Graal era una pietra le cui fonti originarie della Persia, giunsero in Europa attraverso i commerci delle Repubbliche Marinare per poi terminare il viaggio in Inghilterra alla corte del mitico Re Artù.
Una tarda interpretazione fa derivare il Graal dal francese Sang Real a significare una ipotetica linea di sangue reale del Gesù dei Vangeli. Tradizionalmente, al Graal vengono attribuiti poteri universali destinati all'intrepido Cavaliere che con purezza e coraggio giungerà al suo cospetto.
Durante la prima crociata il condottiero genovese Guglielmo Embriaco trova a Gerusalemme quello che fu ritenuto il “Sacro Catino” con il quale Gesù cenò per l'ultima volta. Tale piatto verde smeraldo, ritenuto anch'esso il Graal, è conservato tutt'oggi al Museo del Tesoro della Cattedrale di San Lorenzo di Genova e si può considerare la “versione graalica” a noi più vicina.
Ma nella millenaria e perigliosa ricerca, un “Lancillotto” inglese, uscì dai sentieri misteriosi avvolti dalle brume nordiche e credette d'aver trovato il Graal proprio sotto le palme di Bordighera.
Nella Bordighera di fine 800 fu ritrovata una coppa ritenuta dal suo acquirente il Graal. Il protagonista di questa dimenticata epopea bordigotta del Graal fu un distinto dottore inglese, John Arthur Goodchild.
Egli nacque in Inghilterra nel 1851. Si trasferisce a Cannes dove inizia la sua professione di medico nel 1873. Partecipa al Congresso Medico Internazionale del 1881.
Quando la Francia nel 1877 vietò la pratica ai medici stranieri il Dottor Goodchild si spostò sulla Riviera italiana e scelse, come molti altri suoi compatrioti, per la punta soleggiata e l'assente fastidioso maestrale, la luce della verde Bordighera. Egli passava il lungo inverno a Bordighera e le estati nella sua Inghilterra. Nelle giornate “coloniali” di Bordighera, Goodchild curava i suoi pazienti inglesi e accompagnava alla tazza di tè lunghe discussioni sul socialismo, la cabala, la teosofia, le antiche tradizioni celtiche oltre naturalmente a parlare del tempo (of course).
Sotto le palme il Dottor Goodchild fu anche scrittore, tra i suoi scritti, a sfondo metafisico, possiamo ricordare “The sage of Sant'Ampelio” (1890) e “The light of the west” (1898).
La sua passione per la ricerca spirituale era anche una conseguenza di una intensa e lucida attività onirica.
Questa storia inizia nel febbraio del 1885. Il Dottor Goodchild si trovava a Villa Eldreda a Bordighera, quando lo raggiunse un suo amico artista il quale gli riferì che in una sartoria di Borgo Marina aveva notato una strana coppa ed un piatto. Appassionato di antichità, incuriosito, Goodchild acquistò la coppa che secondo le informazioni ricevute proveniva da un antico edificio di Albenga dove vi era una chiesa risalente al IV secolo, anticamente sede di una comunità del primitivo cristianesimo. Goodchild ha il forte presentimento che la coppa nasconda un mistero. Finito l'inverno egli impacchetta il piatto e la coppa con l'intenzione di farli vedere al padre e a Sir August Wollaston Franks, del British and Medieval Antiquites, al British Museum.
Dalle prime indagini sulla coppa si ipotizza una sua origine precristiana.
Qualche anno dopo, Goodchild, nel viaggio autunnale verso il tiepido inverno bordigotto fa tappa a Parigi e sosta all'Hotel St. Petersbourg. Qui egli ebbe un fenomeno paranormale. Nella quiete della camera d'albergo sentì il suo corpo come immobilizzato e una voce con tono familiare che gli parlava. La voce lo informava che la coppa da lui ritrovata era appartenuta a Gesù, che andava presa e seppellita nella sorgente di Bride's Hill a Glastonbury, che in futuro una donna la ritroverà e la riconoscerà.
Goodchild rimane impressionato da questo particolare avvenimento. Alla morte del padre si dice abbia donato il piatto (solamente), ad una nota famiglia italiana, si presume la famiglia Garibaldi.
Di ritorno in Inghilterra, seguendo il consiglio della “voce” sentita in albergo a Parigi tempo addietro, va a Glanstorbury e sotterra la coppa. Ritornerà ogni anno in pellegrinaggio al “Graal” da lui nascosto attendendo come predestinato un segno femminile. Il nostro Dottor Goodchild è convinto che la coppa sia legata al cristianesimo delle origini celtiche.
Un giorno riceve il segno tanto atteso, quando due sorelle di Bristol, amiche della famiglia Tudor, trovano misteriosamente la coppa ritenuta sacra. Esse con il consenso di Goodchild la portano in un oratorio di Bristol dove si hanno testimonianze di miracoli e guarigioni dovute al magnetismo della coppa stessa. Si forma una triade femminile a guardia della coppa formata dalle sorelle Allen e Caterina, la sorella di Goodchild. La coppa ritrovata a Bordighera ha così un ruolo centrale nella ritualità della neo “Chiesa della Nuova Era” incoraggiata da Goodchild, che associa il culto del femminile, della Grande Madre a Santa Brigida (d'Irlanda).
Goodchild pensa che l'originario cristianesimo celtico era legato al culto femminile della Grande Madre, la Dea Madre dell'antichità, il calice grembo universale, origine della vita.
L'Arcivescovo Wilberforce ritiene la coppa essere la famosa reliquia del Santo Graal.
In seguito la coppa ritorna nella valle di Avallon a Glastonbury al pozzo sacro di Chalice Well.
Fecero visita alla “coppa bordigotta” moltissime personalità religiose dell'epoca, dagli attivisti cattolici ai maestri hindu e persiani. Erano gli anni della nascente teosofia, delle neo società ermetiche (vedi Golden Dawn), della riscoperta delle antiche tradizioni celtiche.
Dalla scintilla “da cupeta burdigota atruvà dau Sciù Meigu Goodchild” riparte uno straordinario interesse legato al luogo di Glastonbury,la mitica Avalon, sede del più famoso monastero d'Inghilterra, antico luogo di culto druidico dove secondo la tradizione Giuseppe d'Arimatea nascose il Graal e luogo di sepoltura di Re Artù e di Ginevra.
Ricercatori, archeologi, storici, sensitivi, sognatori, scrittori, musicisti, si unirono nella cerca di antiche tradizioni e rifaranno vivere il mito di Avalon. Queste persone vennero chiamate “the Avalonians”, gli Avaloniani, intesi come i guardiani, i vigilanti dell'antico sito sacro.
Questa epopea sarà in seguito descritta in un libro “The Avallonians” di Patrick Benham (1993) in cui dalle primissime pagine, le vicende del dottore bordigotto e la sua misteriosa scodella, uniscono nel mito e nella storia, la torre di St. Michael sulla panoramica collina di Glanstorbury Tor alla punta del soleggiato eremo bordigotto di Sant'Ampelio.
Buona Cerca!

Stefano Albertieri
27 novembre 2016

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