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L'invito è per Bordighera, da lì una piccola
imbarcazione a vela salperà verso il mare
aperto, o verso la Francia, o chissà, ancora
non ci è dato saperlo. Il viaggio in
macchina non è particolarmente lungo,
qualche ora, in compagnia di Marco,
studioso, storico e quant'altro e Jenny,
giovane studentessa di medicina, originaria
di Sampford. Un viaggio piacevole, assonnato
data l'ora, ma piacevole.
Il discorso verte sulla città che stiamo per
raggiungere. So di sapere decisamente meno
degli altri, in fondo per il poco che gli
stereotipi regalano Bordighera è mare, sole
e pesto. Ma non era a Genova il pesto? Lo
faranno anche lì, non è poi così distante.
Marco prende la parola. "E' un piccolo
centro ma molto ricco, pieno di vita. Non è
il mare la cosa più bella che c'è a Bordighera.! -
"L'hai preso da qualche
libro?" - "Ci andavo in villeggiatura da
piccolo. Con i miei."
Ma Jenny è impaziente, lei sa qualcosa, si è
documentata, e dall'espressione certo quella
cosa le piace. Ci spiega, fiera di una terra
che forse non ha mai visto, che un tempo
molti inglesi come lei villeggiavano lì, che
addirittura erano più degli abitanti veri e
propri. "Tu non sei inglese" qualcuno le fa
notare, "certo che lo sono. Sono nata qua,
ma sono stata concepita là. Certo che sono
inglese." "Beh, anche volendo, mi chiedo
cosa possa significare che fosse piena di
inglesi. Le cose non cambiano."
E qui ci rimane male, forse si arrabbia.
Perché, impercettibilmente, cambia tono di
voce e muta espressione. "Certo che cambia,
perché gli Inglesi a Bordighera hanno
fondato banche, aperto negozi, circoli,
scuole e perfino teatri. Ma più di tutto
hanno portato la loro signorilità, il senso
di dignità che in Italia non è mai esistito.
Lo sai che veniva stampato un settimanale in
lingua inglese?"
La macchina tace qualche istante, certo non
era nostra intenzione offendere, solo quel
senso goliardico e patriottico che unisce
molti giovani italiani. Non c'è nulla di
male, ma di fronte al volto acceso e quasi
triste tutto passa, che importa. Che importa
che siano stati gli italiani, gli inglesi? Non ci siamo ancora arrivati. Poi magari il
sole, il mare, le palme, gli ulivi ci
prenderanno per mano facendoci dimenticare
l'appartenenza e potremo sorridere alle
parole pronunciate su una macchina che si
muove, ora, veloce. Ma l'orgoglio ci tiene
in silenzio, nessuno parla più fino a
destinazione.
Arrivati al porto saliamo sulla Clarence
sorridenti, è una barca magnifica. Una volta
in mare aperto non posso fare a meno di
guardare la città, con la sua parte alta
arroccata, mi sento un navigante, immagino
la sensazione di arrivare qui magari dopo
giorni di mare, in burrasca, cancellando
l'idea avuta di non arrivare più. Perché il
mare spaventa, meraviglioso, e spaventa. E
non sono più gli inglesi, perché in mare non
c'è paese, non c'è appartenenza, il mare ti
fa suo e per noi, genti di città, è più
pauroso di un temporale o di una discussione
fra amici. |