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"Dai ricordi
di Giancarlo che era un bambino paesengo nei
primi anni '60":
Quella della farmacia a Bordighera Alta è
una storia che fa riferimento a quando
Bordighera era solo Alta.
Quella Bassa non esisteva ancora e, quando
si è espansa, di farmacie è arrivata ad
ospitarne tre.
Una farmacia in Paese non è possibile averla
poiché la regola dice che se ne può aprire
una ogni cinquemila abitanti.
A Bordighera ce ne sono già tre, a fronte di
poco più di 10 mila residenti.
Una volta di botteghe ce n'erano parecchie
in Paese e lavoravano tutte.
C'erano due forni e di norma il pane lo si
comperava dai fratelli Palmero (nel negozio
in piazza dove adesso c'è il tabaccaio),
proprietari di uno dei forni sul gravino,
l'altro forno era di Miglio ed era attiguo
al primo.
La tabaccheria di Lisin e Minotto era
collocata invece, dove adesso c'è Lella la
parrucchiera. Vendevano di tutto, dai
giornali ai fucili da caccia, dai quaderni
alle scarpe.
Entrando in piazza dalla Maddalena si
incontrava subito il commestibile dello
Stoccaro, proprio sotto le prigioni.
Dove adesso c'è il ristorante "Bajaricò"
c'era il negozio di Oreste e Angiolina che
confinava nei locali attualmente occupati da
la "Bitega du Paize".
Un'altra Angiolina (Cassanello) vendeva il
vino in una frequentata rivendita nei locali
dell'attuale Ristorante dei Marinai.
Adiacente, sprofondato in basso, ha goduto
per molto tempo della grande partecipazione
dei bordigotti, il mitico Fundegu di Ilma e
Romano, i primi a portare il Juke-box (primi
anni '60) in Paese.
Di fronte, dove adesso c'è "Dolce e Salato"
esercitava il barbiere Danilo e sopra il Fundegu, dove adesso c'è il barbiere Dino
c'era la merceria di Lena.
I locali dell'attuale merceria, quella di
Patrizia, erano occupati da un altro
barbiere: "Giuanin u barbè" e dalla
falegnameria di Poggi.
Il caffè Romano di Cesarin dominava la
piazza con i suoi estemporanei dehors ad uso
di chiassose comitive di tedeschi beoni e
gaudenti.
La Piazzetta adesso occupa tutti i vani, ma
in quell'area c'era la visitatissima (da noi
ragazzi) drogheria di Armida dove si
andavano ad acquistare i "recanissi" di
legno.
Il Garibaldi e Bernà erano le osterie più
frequentate dai paesenghi che vi si
spalmavano secondo i giorni e le vicende
legate al biliardo, al torneo di carte o
alla televisione che ben pochi avevano in
casa.
Quella degli Amici, assieme a Pallanca sul
Capo e al Piccolo Paradiso, dove adesso c'è
il super mercatino di Maria, erano locali
più particolari.
Al Piccolo Paradiso spesso e volentieri si
ballava anche.
Il Cavetu era un locale "Offlimit" per noi,
un pò per via dei prezzi ma di più per la
puzza sotto il naso di chi lo frequentava.
Sul mercatino, al posto della Cicala c'era
una macelleria che faceva il paio con quella
di Giuanin u maijelà prima, e dei Martini
dopo (attualmente in quei locali c'è un
anonimo studio di Architetti).
Dove adesso c'è Majargè, u Pecin, c'era
Nina, un frequentatissimo negozio di
alimentari dove noi (come tanti) si andava a
comperare con il libretto e si pagava a fine
inverno, quando i fioristi ci liquidavano i
"biglietti".
Incastonati nei locali di Majargè c'erano
altri due esercizi: l'impenetrabile negozio
di Olga che vendeva una colonia che mio
nonno usava per profumarsi quando ritornava
dalla campagna e aveva innaffiato con il
pilone dell'acqua brutta.
Da Olga si andava anche, mandati dai più
grandi, a comperare 10 lire di "muru pistu"
che se non ce l'aveva ce lo doveva pestare
Adiacente a Olga c'era un altro
commestibile, quello dei Mazzurega che
confinava con la lattaia Romelia, mamma del
compianto pittore Pagnini.
Un'altra latteria, quella di Giacomina e
Lavinia era sopra Valdisogno e subito dopo,
davanti al lavatoio, il remoto e poco
frequentato commestibile di Biccari.
In piazza al posto del baretto "Agorà" c'era
il barbiere Oliva presso cui si potevano
trovare i famosi calendarietti profumati con
le donnine in costume.
Sopra il Garibaldi esercitava la
parrucchiera Ilda, l'unica in Paese.
A mezza via tra Lavinia e Pallanca c'era
Vincenzo lo scarparo, mentre Domenico,
l'altro calzolaio occupava un minuscolo
locale d'angolo sotto la Loggia campanaria.
Il terzo calzolaio Peppino, risuolava le
scarpe alle Porte dove operava anche
Serafino.
Da notare che tutti e quattro erano
calabresi, dove imparare l'arte (calzolai,
barbieri o sarti) era una concreta prassi.
Davanti al macellaio Martini e alla
maglierista Severina, in Via Dritta, si
apriva il negozio del salumaio
impropriamente chiamato Malacarne.
Passando di lì si annusava un penetrante
profumo di aringhe affumicate e di
prosciutto cotto mentre veniva affettato con
millimetrica eleganza dalla macchina rossa,
attivata manualmente da un luccicante
volano.
Subito sotto al salumaio il commestibile di
Liletta e Manuelin e in appendice la
barberia di Melini, frequentata dai molti
calabresi oramai diventati bordigotti.
Appena fuori la Porta Sottana l'ennesimo
negozio di commestibili di Bruna preceduto
dentro le mura da quello di Marianin
chiudevano l'infinita teoria di attività,
tutte appiccicate una contro l'altra, ognuna
con la clientela paesenga, sempre rivelatasi
molto mobile ma solidale e collaborativa.
Ci piace ancora ricordare le attività
ambulanti come quella delle pescivendole che
in piazza animavano con le loro colorite
grida le mattinate bordigotte.
Ninetta e Agustina con i loro carrettini
attigui e i "pesci bèli freschi" che noi
invitavamo a "dagheli au gatu".
Ricordiamo ancora Litta e la sua farinata al
taglio portata sulla testa fino al mercato
coperto ed Enrico il materassaio con la sua
macchina per cardare lana e crine che tutti
noi ragazzi abbiamo, in qualche modo,
maneggiato.
Un tenero, piccolo mondo antico, carico di
abbondante vita grama, miseria nera, ma
anche tanta solidale umanità.
GIANCARLO
PIGNATTA |