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Nel 400 circa, nella Tebaide, gli
anacoreti erano eremiti che non vivevano
sempre e soltanto in solitudine.
Alcuni, vestiti di una tunica semplice e
cosparsi di cenere, si dedicavano alla
preghiera e alla meditazione, altri coperti
da una rozza tunica con mantello e cappuccio
o una pelle di capra detta "melote" per
ripararsi dal freddo della notte, vagavano,
accompagnati da un bastone dal quale non si
separavano mai, cercando riparo in grotte o
spelonche.
Ampelio era uno di questi
viveva pregando,
studiando i testi sacri antichi, lavorando e
procurandosi il proprio sostentamento.
Non erano questuanti, ma accettavano offerte
ed erano amati e rispettati anche dai
pagani.
Al termine di ogni luna, al suono di un
corno, si ritrovavano per trascorrere una
giornata insieme consumando un pasto
frugale, danzando e pregando per ricordare
il passaggio del mar Rosso.
Storici del tempo affermano che nella
ricorrenza dei riti della S. Pasqua si
ritrovano in 50.000.
La fama di Ampelio andava crescendo ed egli
decise di ritirarsi in un monastero sul
monte Colzin, dove la tradizione riferiva vi
avesse fatto sosta Gesù bambino profugo.
Qui Ampelio continuò il suo lavoro di fabbro
insieme ad altri monaci tessitori e
intrecciatori di foglie di palma.
Tutti i manufatti prodotti venivano messi a
disposizione del monastero ed i superiori ne
facevano dono alle persone più bisognose che
numerose andavano da loro per ricevere
qualche aiuto.
Il Palladio biografo e storico del tempo,
volendo erudirsi sulla santità, accompagnato
da alcuni amici si recò nella Tebaide. Fu
presentato ad Ampelio che lo ricevette con
grande amorevolezza e lo intrattenne,
documentandolo sulle grandi opere di
penitenza, pietà ed azioni straordinarie che
compiva il monaco Giovanni.
Mai parlò delle grandi meraviglie da Lui
compiute, delle quali tutta la Tebaide era a
conoscenza.
Avuto il permesso dai superiori di lasciare
il Monastero, come molti altri anacoreti,
Ampelio giunse sulle coste liguri e sul
nostro capo, che tutt'ora porta il suo nome,
vivendo in "odore di santità".
Continuò il lavoro di fabbro donando ai
poveri i suoi manufatti e ricevendo le
visite di quanti avevano bisogno di conforto
o guarigione.
Fece guarigioni sia nello spirito che nel
corpo. Giungevano in quella grotta da San
Remo, da Ventimiglia, luoghi già al tempo
relativamente popolati, e da ogni altro
luogo dove vi fosse un insediamento umano o
da dove qualche anima avesse avuto bisogno
di un conforto.
Dopo la sua morte i monaci Benedettini
iniziarono ad edificare sopra la spelonca
dove era vissuto la prima chiesa, quella che
tutt'ora identifichiamo come cripta e nella
quale, si narra, che ancora a fine 800 fosse
addirittura conservata l'incudine sulla
quale il Santo forgiava il metallo.
Le vicissitudini della storia sono state
molte complesse e dolorose: le sue reliquie
sono state lontane dalla nostra città per
lungo tempo, ma né le popolazioni limitrofe
prima, né i bordigotti poi, da quando
Bordighera è stata fondata nel 1470, hanno
scordato il loro Santo.
La devozione è sempre stata viva, e la
speranza e la tenacia perché le sante
reliquie potessero tornare al loro luogo
d'origine molto forti.
Tutto avvenne, con grande solennità, il 16
agosto 1947.
Il 14 di maggio di ogni anno, in onore di
Sant'Ampelio viene celebrata la festa
patronale a dimostrazione che ancora oggi
Sant'Ampelio è nel cuore dei bordigotti
con
la speranza che i bordigotti siano ancora
nel cuore di Sant'Ampelio, in quanto più che
mai in questi tempi abbiamo bisogno tutti
del suo sguardo benevolo.
FRANCO ZOCCOLI |