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Storie di
vulcani ... miti e fatiche ..... ma
sopratutto le storie di Piero ...
Era già un pò di
tempo, che Piero aveva in mente una salita a
Montenero, e più precisamente, alle ...
ciote fumuze ... Così suo padre e suo nonno,
e tutti i componenti maschi della sua
famiglia prima di loro, chiamavano il luogo
dove la leggenda, che sicuramente
racchiudeva anche qualche verità, narra
del sito dove un tempo vi era la bocca
fumante di un vulcano. Andando per funghi,
passione che coltivava da tempo, era già
molte volte transitato nei pressi, ma mai si
era soffermato con attenzione, ad esaminare
quel luogo che sempre lo aveva attratto, ma
allo stesso tempo turbato, ogni volta che
casualmente vi transitava. Una strana
agitazione lo colpiva e questo accadeva
molte volte; nel periodo della raccolta dei
funghi, o della caccia ed anche se intento
nella ricerca, si rendeva conto di essere
vicino a quel luogo proprio per queste
sensazioni che ogni volta lo assalivano, e
sempre nel suo girovagare, finiva
inconsciamente per trovarsi nelle sue
vicinanze, come se una forza od una volontà
arcana lo attraessero.
Come sempre, la
sveglia suonò di buon'ora. Piero quel
giorno, aveva deciso semplicemente di andare
: ae ciote fumuze : non era il tempo dei
funghi e la caccia era chiusa, l'unica
distrazione, che si sarebbe concessa era la
compagnia della sua amata cagnetta Dea, la
compagna fedele del suo girovagare nei
boschi, anche perchè era un periodo
dell'anno durante il quale, si potevano
portare i cani nel bosco per poterli
addestrare.
Quindi, ben
prima dell'alba, anche se il tragitto, non
era nè lungo nè impegnativo, Piero era già
in cammino, con Dea che, scodinzolante e
felice, gli scorazzava attorno, ogni tanto
fermandosi attratta da un odore più intenso
o da un movimento improvviso, anche se
soltanto causati da un grillo, che
mattiniero pure lui si muoveva nell'erba
umida di rugiada del mattino.
Nello zaino,
come sempre, anche se la giornata si
annunciava limpida e serena, aveva riposto,
un cappello, un giubbotto leggero ma
impermeabile, un'abbondante colazione per se
e per Dea, e naturalmente acqua quanto
sarebbe bastata.
Anche se ancora
buio, non si doveva concentrare per seguire
il sentiero che conosceva a memoria, e
quindi lasciò che la sua mente vagasse
libera di non seguire nessuna trama dei
suoi pensieri, come lui libero seguiva i
suoi passi. I ricordi come spesso accadeva
gli affioravano alla mente e ritornavano
indietro nel tempo, quando bambino, con suo
padre o suo nonno, molte volte avevano
insieme percorso quei sentieri, ed in
seguito, da adulto, con suo fratello, quando
si apriva la caccia ai colombacci, ed a
volte nel bosco andavano a pernottare, per
poter occupare per tempo gli appostamenti
migliori.
Come sempre,
quando iniziò ad avvicinarsi a quello che
rimaneva del cratere del vecchio vulcano,
quella strana agitazione che sempre lo
coglieva, iniziò a pervaderlo, e questa
volta ancora più intensamente, come se una
qualche entità misteriosa sapesse che lui lì
era diretto , e lo volesse attrarre, perchè
vi giungesse il più presto possibile.
E vi giunse
alfine, quando il cielo iniziava a schiarire
a levante, annunciando una giornata limpida
... molto limpida e foriera quindi
sicuramente di una giornata ventosa.
Piero aveva
deciso, di non muoversi in quei luoghi,
oramai inselvatichiti dal tempo e
dall'abbandono sinchè non vi fosse stata
luce a sufficienza, e pensò con nostalgia
alla sua infanzia, quando i boschi erano
battuti, i sentieri ben segnati, il
sottobosco pulito, la gente traeva anche
sostentamento dal bosco, si facevano i ceppi
di erica, per bruciare nelle stufe a legna
per riscaldarsi d'inverno, e con la parte
verde, le stuoie per ricoprire e proteggere
dal freddo invernale le prime colture
floricole, si raccoglieva il fogliame, gli
aghi di pino, i rami per fare il giazzo per
gli animali da stalla e gli arbusti
infestanti per il loro sostentamento e
quindi il bosco era vivo e rispettato, senza
essere nè sfruttato, nè abbandonato. Dopo
aver scosso la testa come per scacciare quei
tristi pensieri con gesti che, sempre uguali,
aveva già fatto molte volte nella propria
vita nel bosco, si guardò bene attorno,
cercò un luogo leggermente in pendenza, ma
che non vi fossero buche o pietre che
affiorassero dal terreno, e quindi si sfilò
lo zaino, guardò bene a terra, prima di
posarlo che vi fosse pulito, e poi lo posò,
e gli si sedette accanto, Dea che oramai
conosceva quel rituale, arrivò scodinzolante
e rumorosa come sempre e gli si accucciò ai
piedi ben sapendo che era arrivato il
momento della prima colazione. Infatti Piero
aprì lo zaino e prese quello che come sempre
la sera prima si era preparato, e si accinse
a mangiarlo. I gesti sempre gli stessi, un
morso per lui,ed un boccone per Dea, ed alla
fine entrambi sapevano, che chi avrebbe
mangiato di più, non era certamente Piero. Bevvero entrambi un pò d'acqua, Piero dalla
bottiglia e Dea in una scodella che sempre
Piero aveva nello zaino per l'occorrenza, e
poi visto che il giorno tardava ad
arrivare, decise di prendersi un pò di
riposo, prima di iniziare a fare quello che
aveva in precedenza già deciso Si mise lo
zaino sotto la testa come fosse un morbido
cuscino, fece accucciare Dea ai suoi piedi,
e poi socchiuse gli occhi ... Un senso di
benessere lo avvolse immediatamente, i suoi
sensi ed il suo corpo all'unisono si
rilassarono, ma tutto questo durò molto poco
... Improvvisamente, il terreno sotto di lui
diventò scivoloso ed assunse una ripida
pendenza, e Piero cominciò a precipitare
velocemente, benche si affannasse a cercare
ogni genere di appiglio. Non riuscì a
trovarne; ogni cosa a cui si afferrava,
arbusti, rami, ciuffi d'erba, persino rovi,
che gli causarono non poco dolore alle mani,
non riuscirono a rallentare la sua corsa,
verso quello che rimaneva di quello che
doveva essere stato l'accesso alle " Ciote
Fumuze ". Assieme alla sua disperazione,
aumentava anche la sua velocità, e l'urlo
rauco che usciva dalla sua gola, vedendosi
oramai sfracellato, sulle rocce che
contornavano quello che rimaneva di quell'
ingresso. Ma improvvisamente, le rocce come
per un sortilegio si dischiusero, e Piero,
terrorizzato, tanto da non riuscire ad
emettere neppure più un suono, fu
inghiottito dal sottosuolo, ma la sua corsa
non finì su di una roccia, ma su un qualcosa
di soffice, come fosse farina o borotalco,
Piero stordito ed impaurito, non aveva il
coraggio di riaprire gli occhi, ma poi
lentamente lo fece. La paura e lo
stordimento, lasciarono immediatamente il
posto allo stupore, una nuvola di polvere
gialla, e quasi impalpabile lo circondava,
era caduto, su un cumulo di zolfo, si tutto
attorno, in quella ampia caverna che lo
circondava era zolfo, anche la luce era
prodotta dallo zolfo che bruciava, con quel
colore della fiamma inconfondibile, che
andava dal giallo alle sfumature verdognole,
tutto quanto era ricoperto da quella polvere
gialla e quasi impalpabile che è lo zolfo, e
Piero era sicuro di non sbagliarsi in quanto
quel prodotto, per il suo lavoro lo aveva
manipolato molte volte, però si stupì di una
cosa, non ne sentiva il classico odore acre
che penetrava acuto e pungente nelle narici,
sino da far mancare il respiro e non
avvertiva neppure il fastidioso e doloroso
bruciore agli occhi, che quella polvere
gialla procurava. Dopo il momento di
sbigottimento, iniziò con cautela a
guardarsi attorno con attenzione, per capire
dove era finito e sopratutto in che
dimensione, lo spazio era enorme, sia in
altezza che in larghezza, illuminato da
bracieri naturali, che bruciano zolfo con
una temperatura mite, e privo di umidità, benchè
poco lontano tra le rocce sgorgasse un
ruscello che formava una cascatella che si
perdeva poi tra le rocce ricoperte del
minerale giallo, ed allora gli vennero in
mente, vecchie leggende che dicevano che un
tempo studiosi avevano introdotto una
chioccia con dei pulcini in quella apertura
ed un contadino se le fosse trovate nel suo
orto dopo alcune settimane, in ottima forma,
che razzolavano nei pressi del castello dei
Gabbiani ... E poi si spiegò la presenza di
acqua solforosa, sia a Pigna che dalla
sorgente nella spiaggia del Giunchetto alla
Madonna della Ruota, ma le sorprese non
erano ancora di certo finite, in lontananza
sentiva uno strano suono, come un lamento
prolungato, ma non riusciva a capire cosa
fosse anche perchè in quell' ambiente molto
grande, chiuso e vuoto, i suoni giungevano
distorti. Decise allora di andare a
scoprirne l'origine e da cosa provenissero,
oramai la paura e lo sbigottimento avevano
lasciato il posto alla curiosità, ed a un
pizzico di ricerca di avventura che a Piero
non mancavano di certo. Con cautela iniziò a
muoversi in quel luogo ovattato, ad ogni suo
passo i piedi alzavano una nuvola di
finissima polvere gialla, e più che
camminare gli sembrava fluttuare,
tanto il terreno era soffice sotto i piedi,
ed era un incedere leggero e piacevolissimo,
Piero dopo aver cercato di capire da dove
provenissero i suoni. Quindi lentamente si
incamminò, verso quella che gli sembrò la
giusta direzione. Non dovette camminare
molto, anche se lo spazio che lo circondava
era vasto, e a dire il vero non molto
illuminato. La prima cosa che scorse,
insieme al frastuono crescente fu un
recinto, un recinto per animali di grossa
taglia, non certo pecore, fatto in modo
approssimativo, ma efficiente. Avvicinandosi, iniziò anche a vedere delle
schiene gibbose di un colore rosso scuro, e
poi distinse chiaramente che si trattava di
una mandria di meravigliosi buoi dal
mantello di un colore rosso scuro appunto,
colore che non aveva mai visto avessero
potuto avere dei bovini. Oramai la curiosità
si era impadronita di lui, ma ancor più
della curiosità, si sentiva attratto ancor
più, da quella strana e misteriosa forza che
sempre lo avvolgeva quando si avvicinava a
quei luoghi. Accanto a questo grande
recinto, che racchiudeva questi magnifici
animali, in una grotta naturale, si
scorgeva, l'ingresso di un rifugio, che
sicuramente era abitato, in quanto vi erano
accanto delle armi antiche tra le quali
spiccava una grossa clava di legno nodoso,
che da come era levigata si capiva, che
molto era stata usata. Piero, timoroso ma
sempre attratto, con cautela si avvicinò
all'ingresso, quando all'improvviso dalla
penombra apparve un uomo alto robusto e
muscoloso, sembrava quasi un gigante, Piero
pensò all'istante di vedere nella persona
una delle statue che riproducevano le
divinità guerriere dell'antica Roma o
Grecia, che molte volte aveva visto sui
libri. In modo particolare le sculture
che raffiguravano Ercole.
Questo possente
guerriero, gli si fece incontro, con
incedere maestoso che incuteva rispetto e
timore, e dopo averlo osservato
attentamente, così gli si rivolse : Io sono
Ercole figlio di Zeus di ritorno dalla mia
decima fatica, oltre i confini dove l'uomo
non deve osare. Ho ucciso Re Gerione,
mostruoso essere considerato il più forte
dei viventi, e mi sono impossessato della
sua mandria di buoi dal mantello rosso, e mi
apprestavo a ritornare a Creta, ma ho dovuto
affrontare i briganti Liguri capeggiati da
Alchiome e Dercino figli di Poseidone, ed ho
dovuto ucciderli a mani nude, perchè ero
rimasto senza frecce per il mio arco. Ma mio
padre Zeus mi è venuto in soccorso facendomi
franare dei massi dalla montagna che ho
potuto usare scagliandoli addosso ai miei
nemici. La dea Era che da sempre mi
contrasta ha inviato un tafano che ha
spaventato l'intera mandria dispendendola,
ed io, benchè stremato dalla terribile
battaglia, sono riuscito a radunarla ed a
ripararmi in questo luogo, per riprendermi
dalla stanchezza e curarmi dalle ferite che
i nemici mi avevano inferto negli scontri.
Ma ancora una volta la dea Era ha tramato
contro di me e con un sortilegio, ha fatto
in modo che io con il mio armento non sia
più potuto uscire per ricondurre nella mia
patria questi animali, e portare a termine
così la mia decima fatica, chiudendo con i
suoi poteri per sempre l'ingresso di questa
grotta, e non permettendomi quindi di
comunicare con mio padre Zeus, che
sicuramente non conosce la mia sorte ... E'
molto che ti cerco, perchè è molto tempo che
sento la tua presenza molto forte in questi
luoghi. Puoi tu aiutarmi, puoi metterti in
contatto con mio padre Zeus, perchè mi mandi
in aiuto, qualche mio fratello che ancora
risiede nell'olimpo ??? : Piero era rimasto
impietrito, prima dalle emozioni che ora
cominciavano a far sentire il loro effetto e
poi ancor di più, per quella strana
richiesta, che lo lasciava a dir poco
sgomento ... A chi si sarebbe rivolto per
mettersi in contatto con l'olimpo, con quale
strumento ??? In quel momento, si sentì
qualcosa di umido e caldo sul viso,
istintivamente con una mano si toccò la
guancia, e senti il muso di Dea accanto al
suo e la sua lingua che lo leccava come a
volerlo svegliare e sopratutto per fargli
riprendere il cammino, Il sole era già
comparso all'orizzonte e i primi refoli di
vento preannunciavano la giornata ventosa.
Piero con uno scatto si mise seduto,
spalancando gli occhi alla realtà, che lo
circondava, rinfrancandosi, e respirando a
pieni polmoni scacciando, e non solo dalla
sua mente gli incubi che lo avevano assalito
in quel breve lasso di tempo che si era
assopito. Si guardò attorno godendo della
meraviglia di quell' alba, scosse la testa
sorridendo e mandando via le ultime immagini
di quello strano sogno che aveva vissuto nel
sonno, fece una carezza a Dea, si alzò in
piedi, e come sempre faceva ogni volta,
sempre con gli stessi gesti, si percosse gli
abiti, come per spolverarli e far cadere a
terra, formiche o eventuali animaletti che
inavvertitamente gli fossero saliti addosso,
mentre era coricato sul terreno ... Avvertì
prima bruciore alle mani, che con stupore si
ritrovò piene di graffi e sanguinanti, e
poi attorniato da una nuvola di polvere
finissima e gialla, che si sprigionò dai
suoi abiti dall'inconfondibile odore acre
dello zolfo, che gli penetrò nella gola, nelle narici, facendolo tossire, e negli gli
occhi che iniziarono fastidiosamente a
lacrimare ed a bruciargli.
Anche questo
luogo è esistente nel bosco di Montenero anche
se, come descritto, oramai ricoperto da folta
vegetazione e quindi inaccessibile.
FRANCO
ZOCCOLI |