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Bordighera: ''Una ragazza senza nome'' al Cavetu, nel 1956

Bordighera: ''Una ragazza senza nome'' al Cavetu, nel 1956

Sui "bei tempi" del Cavetu a Bordighera Alta, proponiamo questo articolo apparso sul "Corriere della Liguria" martedì 23 ottobre 1956, a firma Guido Seborga.
"Una ragazza senza nome".
Questa notte estiva è burrascosa, la luna esce da spesse nuvole pesanti, il mare prima nero riluce di striature gialle, folate di vento caldo giungono sulla terra e ci toccano, da un momento all'altro può piovere, le gocce sarebbero grosse e calde.
Vado a cercar refrigerio in un localetto tra i pini sul Capo Ampelio, il Cavetu. E' costruito in altezza a terrazze di pietra (che rassomigliano alle fasce dei fiori) e a grandi specchiere; i vani formano una specie di labirinto dal quale sporgono pedane per il ballo; una discoteca fornitissima; pare di ballare sulla cima dei pini; ma non ho voglia di ballare, preferisco starmene fuori, tra pini e ulivi ci sono sedie e tavolinetti, chiedo una spremuta di limone senza ghiaccio. Vedo la gente che entra, esce e si ferma; ragazze biondissime pettinate alla coda di cavallo, nei loro abitini attillati sono provocanti. Tutta la giornata le donne ci hanno provocato con il loro modo di vestire o svestire; oggi una ragazza si lamentava dell'aggressività di due giovanotti, le dissi che era colpa sua, ma con la superficialità più o meno ipocrita di cui certe donne sono capaci, finse di stupirsi.
Nel locale vedo due donne che conosco: Amelia e Rossana. Per fare due chiacchiere mi avvicino, ad un tavolinetto vicino al bar c'è una splendida fanciulla bruna, m'accorgo che deve essere alta di statura, Rossana porta le bibite al tavolino, la fanciulla bruna non dice nulla, sta silenziosissima, anche quando io parlo con Rossana, ragazza castana dai grandi occhi simpatici, che, cosa insolita, riesce a reggere una conversazione senza annoiarsi. Suo padre lavora in Egitto e già altre volte amici egiziani sono venuti a trovarla, così penso che la ragazza bruna debba essere un'egiziana, ha il volto in verità più da araba che da egiziana, ma quel taglio di occhi....e sono nerissimi, sguardo caldo e segreto non mi pare per nulla di tipo toscano, e glielo dico, la conversazione finalmente comincia ad avviarsi.
Giunge un giovanotto che fa ballare Rossana. Colgo l'occasione e invito la fanciulla, risponde che non balla perchè ha male ai piedi....
Le donne italiane portano anche in questa stagione scarpe bianche dai tacchi molto alti che le fanno ondeggiare e soffrire e Bordighera è una cittadina sparpagliata dove le distanze sono forti.
La signora Amelia dice "Oggi abbiamo tanto camminato". La fanciulla afferma "Che male!".
La costringo a levarsi le scarpe, ella non voleva, ma poi cedette alla mia poco riguardosa insistenza, le faccio notare che i suoi piedi non hanno tracce di gole e vescichette, che non ha male, ma probabilmente nessuna voglia di ballare, che anche a me non importa nulla di ballare.
Cerco di ampliare la conversazione, arrivo da Montecarlo a Cannes, parlo di quei luoghi animati, dove la vita è disinvolta, le sere gioiose in confronto alla malinconia delle città italiane, vedo che la fanciulla si interessa al mio discorso, continuo, con noncuranza riesco a dirle in modo indiretto che sono romanziere, giornalista. Mi chiede se scrivo romanzi d'amore, e cosa scrivo sui giornali.
"Bene - penso - il ballo non ha funzionato, ma ora parla". Infatti vuole sapere molte cose della Francia; m'interesso del suo paesello vicino a Firenze. Ma quando le dico "Andrà a divertirsi a Firenze" si mostra scandalizzata.
Riprendo "Beh, si divertirà al suo paese". Risponde di si, ma senza convinzione.
Mi accorgo di non sapere il suo nome, glielo chiedo. "Fernanda" mi risponde. "Brutto nome - le dico - che non s'addice alla sua bellezza".
La guardo negli occhi neri bellissimi, i suoi occhi si sono come arrestati un attimo nei miei ed ho cercato di trattenerli, poi se ne sono fuggiti.
"Il nome - continuo - deve essere conforme al fisico, al carattere della persona che lo porta. Ella divertita mi propone d'inventare un nome come per i personaggi di un romanzo.
La signora Amelia fa osservare che finalmente la signora Fernanda conversa, prima non parlava con nessuno.
Mi diverto a costringere la ragazza a levarsi un pochino il piede dalla scarpa, di modo che stia più comoda, e non abbia più male, dico, anche se sono convinto che non ha male.
Suonano un disco della Grecò che piace a molti. Sono fortunato: posso dire alla ragazza che conosco la Grecò da quando non era ancora celebre e andava la sera a Parigi a cantare al Tabou, la prima "cave" che lanciò le mode di oggi, la ricordo in una serata d'autunno tipicamente parigina e piovviginosa era giunta al Tabou, tutta vestita di nero, scalza e coi capelli lunghi e neri sulla schiena, e come quella notte avesse cantato meravigliosamente bene poemi di Verlaine e di Prevert.
Queste mie osservazioni reali hanno fatto colpo tanto quanto il disco; la ragazza come attratta dalla musica, si alza e dice: "Quasi, quasi, vorrei fare un ballettino!". La lascio andare sulla pedana, non la vedo più per qualche istante, poi la seguo lentamente, indeciso, la trovo che litiga con un cavaliere, affermando "Io non ballo stretta". "Ma a Bordighera si usa così" esclama lui. "Non m'importa come si usa qui" risponde lei.
Allora decido di intervenire, guardando duramente l'uomo, dico alla ragazza "Balli con me, balleremo largo".
So che in nessuna parte del mondo sarebbe potuta accadere una scena simile. Il disco adesso è mutato, suona un valzer che io non amo e anche a lei non piace, dopo pochi passi torniamo in silenzio al tavolino.
"Detesto tutto quello stringi, stringi, che si fa ballando, ciò non ha nessuno scopo" mi dichiara fulminandomi con uno sguardo.
Le do ragione; mi guarda incredula e mi dice che non ci crede; le rispondo che le ho dato sinceramente ragione, solo forse lei non capisce, in che senso, io le abbia dato ragione.
La ragazza diventa inquieta, si guarda attorno, poi mi parla della sua casa, di sua madre, delle sue sorelle, ne ha tre, due meno giovani di lei già sposate, e afferma che divertirsi è più noioso ancora che lavorare, ella passa tante ore al telaio.
Le dico "Si cerchi marito".
Mi guarda incuriosita "Si capisce che voglio sposarmi, questa è l'unica cosa a cui tengo, il resto non è nulla!"
"Ma l'amore" le chiedo "sarebbe nulla? Può benissimo darsi il caso che un uomo non ti possa sposare ma ti ami profondamente, e un altro ti sposi solo per averti".
"L'importante è che mi sposi" grida lei.
All'improvviso le avevo dato un "tu" confidenziale e ella lo aveva accettato senza protestare.
Anche Rossana prende parte alla conversazione per chiedermi "L'ha trovato il nome per Fernanda?".
Ed io con decisione "Questa è una ragazza senza nome".
La signora Amelia decide di andarsene. Rossana ride. Fernanda mi guarda ostile. Ci alziamo ed in gruppo andiamo verso la loro casa, sita in paese vecchio, per arrivarci occorre attraversare un grande spiazzo pieno di notte e di luna.
La ragazza è alta nella notte, una statua bianca e nera, la testa piccola in confronto al corpo, i lineamenti purissimi, le chiome corvine, la pelle bianchissima, cammina al mio fianco e abbiamo un poco distanziato gli altri. Sospira.
Le domando "Quanto tempo si ferma qui?".
"Parto dopodomani".
Con Rossana e la madre ella entra nella casa. Penso che probabilmente non la rivedrò mai più.
Torno nella mia camera nella notte calda e deserta.
Guido Seborga.

La Redazione
14 settembre 2016



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