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Bordighera: personaggi unici

Bordighera: personaggi unici

Dove alberga la saggezza? Generalmente a questa domanda si risponde: “In chi ha cultura, istruzione, esperienza, intelligenza, educazione familiare”. Certo. Risposta esatta, si direbbe. Eppure nella pratica si incontrano persone che smentiscono quelle definizioni.
A Bordighera si incontravano figure tipiche, spesso zimbelli della comunità perché affetti da minorazioni, come il Pin o Giorgio detto “Trei stomeghi”. Ma anche personaggi interessanti.
Persone che da vite miserrime hanno saputo trarre una filosofia di vita che sorprende. Capaci di valutare le situazioni con un colpo d’occhio. Capaci di definire con una battuta un momento, un “frame” di vita. E capaci di trasferire le proprie intuizioni, le proprie sensazioni a chi li circonda, anche per un solo attimo. Praticamente: personaggi.
A Bordighera, in passato, c’erano alcuni di questi personaggi. Improbabili ed improponibili. Eppure…Generalmente ubriaconi, scansati per lo più dalla gente “bene”, privi di mezzi economici ma ricchi di una sincerità e di una concezione della vita talmente serena da essere “felici”.
Ovviamente non certo esempi da seguire, anzi! Ma comunque tipici di un’epoca che lasciava spazi anche a persone di questo tipo.
Forse qualche bordigotto di età avanzata e di buona memoria avrà già capito di chi parlo: per esempio dei fratelli “Memena”, Francesco e Marì Gestro, fratello e sorella; o di “Aresciu”, al secolo Alessio Antola. Discendenti di vecchie famiglie bordigotte ridotti in quel pessimo stato dall’eccesso di alcool: vino, vino ed ancora vino. Mangiavano pochissimo, ma bevevano molto. E quando passavano da un’osteria all’altra c’era sempre qualcuno che offriva loro un bicchiere, in cambio di una battuta, di un sorriso, di una massima: semplice, sintetica, ma sempre azzeccatissima sul tema del momento, sulla politica, sull’amministrazione, su come gira il mondo. Verità. Qualche volta scomode, ma verità.
Camminavano ondeggiando, barcollanti, appoggiandosi agli angoli delle case o ai pali dell’illuminazione per non sprofondare a terra. E qualche volta succedeva. Ma si rialzavano e sapevano fornire giudizi, pareri, definizioni, sentimenti incredibili in persone così abbruttite.
La reazione dei ragazzini, al loro passaggio per le vie cittadine, era spesso di presa in giro, di sfottimento. Ridicolizzati lanciavano anatemi per lo più rivolti ai loro genitori: ed avevano ragione. Comunque mai violenti.
Ma se avevi l’opportunità di conoscerli più da vicino erano sorprendenti. Devo dire che quelli che maggiormente sapevano capirli ed aiutarli erano altrettanto personaggi: uno per tutti, Marcello Cammi, un artista naif che riusciva a sintonizzarsi più facilmente con la loro lunghezza d’onda.
Sarebbe impossibile citare le tante massime, degne dei più celebrati aforismi di autori famosi, che quei personaggi ci hanno elargito nella nostra gioventù.
Ma non dimenticherò mai una notte quando, vicino alla scogliera di Sant’Ampelio, trovai Aresciu che, traballante su uno scoglio, con una mano accanto alla nuca tendeva l’orecchio verso lo sciacquio delle onde e diceva: “Ma ti u senti u’ rumù du ma…u va ciù de mille sene! u te ince u’ coeu” ( ma lo senti il rumore del mare… vale più di mille cene! ti riempie il cuore ).
Davvero personaggi, personaggi unici.

Renato Ronco
8 novembre 2016



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