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Bordighera: le Case della Sanità

Bordighera: le Case della Sanità

Fino a qualche secolo fa il territorio della valle retrostante Bordighera era suddiviso in ben 3 Stati diversi.
Le terre verso il mare dei luoghi di Bordighera, Sasso, Borghetto San Nicolò e Vallebona erano territorio della Serenissima Repubblica di Genova. A settentrione le frazioni raggruppate sotto la denominazione di Negi erano territori appartenenti al così detto Regno di Sardegna, che comprendeva il Piemonte, il Nizzardo, la Sardegna e porzioni ponentine della Liguria. In mezzo, stretto tra i Savoia e i Dogi vi era l'indipendente minuto Principato Cistercense della Seborga. Quindi, una valle tranquilla, di pinete e uliveti, affacciata sul mare, piccola piccola, ma un vero puzzle internazionale.
Amministrazioni di Stato a parte, presenti come sempre con dazi e gabelle, le varie comunità della valle si muovevano abbastanza liberamente, avevano poderi “oltre frontiera”, “lingue simili” oltre a povertà, che tutti da sempre accomunava.
Le uniche vere e proprie barriere erette a difesa dalle varie comunità, furono di fatto le Case di Sanità, sorte per fermare il pericolo del contagio della peste.
La peste giunse dall'Asia in Europa nel secolo XV° attraverso le pulci dei ratti.
Molti ratti “impestati“ giunsero dalle coste del Mar Nero attraverso i commerci delle navi genovesi. Chiamata peste nera o bubbonica perché si manifestava attraverso pustole sulla pelle. Assieme al colera e alla sifilide nei secoli trascorsi fece migliaia di vittime. Al perseverare della peste nel '500, per proteggere la popolazione, lungo le vie di accesso in entrata ai paesi furono erette chiesette dedicate a Santi considerati taumaturgici. Nella nostra valle le dedicazioni a protezione dalla peste sono dedicate principalmente a San Rocco e a San Sebastiano.
Una chiesa di San Rocco fu costruita a sud in entrata del paese di Vallebona. Sempre nel territorio di Vallebona, a San Rocco, era originariamente dedicata la chiesa della Madonna della Neve, sulla collina ove dipartivano i sentieri che da Vallebona, andavano a Seborga, Sasso e attraverso il Monte Nero a Coldirodi.
L'altra protezione fu attribuita al soldato romano San Sebastiano. Una chiesetta del Santo ritenuto taumaturgico si trova sulla collina che collega Vallebona a Vallecrosia e San Biagio, lungo l'antica via del sale.
Altre due chiesette di San Sebastiano andate distrutte si trovavano, una a Seborga, a settentrione, all'entrata del paese e l'altra a Bordighera, anch'essa all'entrata del paese per chi vi giungeva da Sanremo, nei pressi dell'attuale Via Garnier.
In quegli anni oltre alla fede, ebbero il loro daffare anche i vari Commissari e Ufficiali di Sanità degli Stati che si spartivano la vallata bordata dal mare e abbracciata dal culmine del Monte Caggio. Come altrove furono costruite lungo gli antichi sentieri, spartane casette in pietra con funzioni di guardia di Sanità. Nel '700 la continua espansione territoriale dei vallebonenghi e la continua disputa del territorio denominato del Conio o Cuneo, poggio interno alla vallata gestito da Sanremo che i Principi Abati della Seborga consideravano loro, produsse una lunga contesa territoriale dove i seborghini ebbero la peggio.
La diatriba produsse un numero considerevole di carte geografiche. La Repubblica (Genova), inviò il Colonnello Cartografo Matteo Vinzoni, che soggiornò a Vallebona e il Regno Sardo dei Savoia inviò il Cartografo piemontese Conte d'Exilles.
Ed è grazie a queste carte che oggi possiamo trovare i ruderi o le poche pietre dei settecenteschi “edifici istituzionali” di Sanità.
La zona critica fu la sommità del Conio (o Cuneo), sulle alture di Seborga. Qui, in un fazzoletto di terra si ritrovavano le casette di Sanità dei 3 Stati, che oltre le lotte per i territori contesi, miravano soprattutto a difendere la popolazione dal contagio della peste. La Capanna di Giacomo il Moro, già così chiamata, con funzioni di Sanità sulla sommità del Conio è tra le poche ancora conosciute.
Il toponimo infatti è presente ancora oggi nelle carte del Parco di Bignone del Comune di Sanremo. Gli uomini di Perinaldo, di Sanremo e “della Seborga” passavano periodi di guardia in questi piccoli edifici denominati sulle carte baracconi, capanne, casette, guardiole (in dialetu casùi). La loro fortuna fu che la peste non si trasmetteva nei periodi freddi nel quale il morbo non proliferava. Quindi il loro periodo di maggior attenzione per evitare che entrassero contagiati era riservato al periodo primaverile estivo. Alcune casette di Sanità prendevano il nome dal loro costruttore, come quella innalzata dal Maggior Bonetti di Sanremo, altre dal luogo della loro ubicazione come quelle del Barano, o del Conio Sottano. In quest'ultima fecero guardia in comune uomini della Seborga e Corsi inviati dalla Repubblica di Genova.
Sul versante opposto, tra la genovese Vallebona e il sabaudo Perinaldo, sulla strada per San Martino ancora oggi vi è un rudere conosciuto come “a gardiora”, la guardiola. Qualche centinaio di metri a monte i ruderi della casa denominata nelle carte settecentesche “Bussana” o “Bossana”, inducono dal toponimo a pensare che anch'essa avesse compiti di sanità.
Spartane, misurate all'epoca in “Trabucchi” (un trabucco è circa mt. 3), le casette della Sanità, un tempo, consentivano il sicuro passaggio delle vecchie frontiere, alle persone non impestate, o ancor meglio in possesso delle “Patenti di Sanità”.
Oggi, lungo gli antichi sentieri ormai semi crollate, disfatte o sparite nella boscaglia, i “derochi” (diruti) dimenticati dalla storia, vedono passare solo smemorati ed ignari escursionisti.

Stefano Albertieri
13 dicembre 2016

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