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Arturo Ronco, il pianista sconosciuto

Arturo Ronco, il pianista sconosciuto

Bordighera è una piccola cittadina di provincia, ai margini di una Regione di confine come la Liguria. Eppure ha espresso iniziative, idee, eventi, personaggi di caratura nazionale ed internazionale. Ma non tutti sono conosciuti dalla cittadinanza, né citati negli annali o nella storia di questa nostra città. E non è giusto.
Per questo motivo voglio raccontare l’affascinante storia di un mio zio, fratello di mio padre: il professor Arturo Ronco, il pianista.
Arturo nasce nel 1894 da Zina e Giovanbattista Ronco, conosciuto come Baciccia.
Baciccia, con il fratello Pietro, ha una piantagione di chinotti, unica nella provincia e citata anche nei testi del botanico Mario Calvino, padre dello scrittore Italo.
Arturo, primogenito di cinque fratelli, denota fin dall’infanzia una grande attrazione per la musica: in casa c’è un pianoforte, sul quale mamma Zina ama esercitarsi con piccole suonatine, e lui cerca di copiarla. Allora il padre, con grande acume, lo manda a lezione di pianoforte dal maestro Siccardi.
Un giorno, quando il ragazzo ha 11 anni, il maestro, con un’annotazione invita il padre ad accompagnare Arturo alla lezione successiva.
Il Baciccia lo accompagna pensando a qualche marachella o ad uno scarso impegno del ragazzo, invece il maestro gli dice:
“Mi dispiace, ma io non posso più dargli lezioni”.
“E perchè?”. E’ la sua reazione.
“Perché ormai ne sa più di me”. E’ la risposta del maestro.
Sorpreso e compiaciuto Baciccia chiede sommessamente:
“E allora cosa devo fare con questo ragazzo?”
“Bisogna mandarlo al Conservatorio”
“E dove?”. Chiede il padre.
“ A Milano”. E’ la risposta.
Il Baciccia, uomo illuminato, commosso risponde: “E va bene. Se può occuparsene lei gliene sarei grato”.
E nel 1905 Arturo parte per il Conservatorio di Milano, dove il suo talento viene coltivato e valorizzato. E rivela grandi capacità.
I suoi risultati sono sempre più brillanti, ma nel 1908 la madre muore durante il parto del sesto figlio, che non sopravvive. Sarà la nonna materna Devotina ad allevare i quattro figli rimasti a Bordighera. Si, quattro, perché Arturo resta a Milano.
Infatti il maestro Siccardi, che continua a prendersi cura degli studi del ragazzo, chiede, quasi implora il Baciccia di lasciarlo continuare al Conservatorio di Milano.
E Baciccia, ancora una volta illuminato, acconsente.
Arriviamo al 1911. Arturo fa enormi progressi. Chopin, Bach, Beethoven sono alla sua portata. E’ prossimo al diploma.
Durante l’estate torna a casa per un breve periodo di vacanza e una sera il Baciccia, mentre con la nonna e gli altri figli sono tutti nella sala grande, gli chiede: “Suonaci qualcosa. Mi dicono che sei molto bravo”. Ed Arturo, un po’ imbarazzato, risponde: “Non posso padre, mi dispiace. Ma voi non potreste capire questa musica”. (Il dialogo è ancor più toccante perché avviene in dialetto, bordigotto. Ed a quell’epoca al padre si da del “voi”). Baciccia china la testa, si morde il labbro, ha un accenno di stizza ma incassa il diniego. In silenzio. Annuisce.
Arturo però capisce la delusione del padre, e dopo un attimo di riflessione si siede al pianoforte ed inizia a suonare. Un notturno di Chopin. Divinamente.
E’ estate. Le finestre della casa, prospiciente alla strada Aurelia, sono aperte.
Le note sgorgano liberamente. E quando l’esecuzione termina sale dalla via un applauso: prima sommesso e poi corposo. Un piccolo gruppo di vicini riunitosi sotto le finestre richiamato da quei suoni esprime il proprio ringraziamento.
Baciccia stenta a frenare il pianto e lo abbraccia.
Tornato a Milano Arturo termina il suo corso di studi. Arriveranno gli anni tristi della guerra, la prima guerra mondiale. Lui continua a studiare, a perfezionarsi. Ottenuto il titolo di professore partecipa attivamente all’ambiente culturale milanese ed alle vicende nazionali del dopoguerra. Collabora anche con il giornale L’Avanti: collaborazione che poi abbandona per il disaccordo con un certo Mussolini che sul giornale esprime idee da lui non condivise. Tra loro c’è contrasto.
Sposatosi con Ines Rosselli, della famiglia savonese dei fratelli Rosselli, inizia la sua attività di concertista che negli anni ’20 lo porta ad effettuare importanti tournée, specialmente nei paesi dell’Europa Centrale: Ungheria, Polonia, Cecoslovacchia, Bulgaria. Teatri, salotti: la nobiltà, la borghesia ed il popolo tutto di quelle nazioni sono particolarmente sensibili alla grande musica. Lo apprezzano. Gli rendono omaggio. Ma lui continua a studiare, per migliorarsi: cerca la perfezione. E viaggia, viaggia. Un’attività frenetica, di successo, ma che lo consuma.
Una depressione, oggi la si definirebbe così, lo assale. Mal consigliato, mal curato - la malattia in quell’epoca è sconosciuta o quasi - peggiora progressivamente fino alla morte, in Milano, nel 1928. Il professor Arturo Ronco riposa, per sua espressa richiesta, nel cimitero di Borghetto San Nicolò. Un poggio soleggiato.
A 34 anni si è chiusa la sua esistenza, ed anche la sua carriera. Importante, prestigiosa, di artista apprezzato nelle grandi città europee ma sconosciuto nella sua città, Bordighera.
Almeno fino ad oggi.

Renato Ronco
2 dicembre 2016

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